Povertà e salute: il Giubileo ci rivela chi resta indietro

Povertà e salute: il Giubileo ci rivela chi resta indietro

Il Giubileo si avvia alla conclusione lasciando un messaggio chiaro: in Italia la povertà è un fattore di rischio sanitario tanto quanto una malattia. Lo confermano istituzioni, clinici e realtà sociali intervenuti al convegno “Dignitas Curae”: una parte significativa delle persone più fragili non intercetta malattie infettive e croniche, arrivando ai servizi troppo tardi o non arrivandoci affatto. La mancanza di diagnosi tempestive – pur in presenza di terapie estremamente efficaci – condanna migliaia di persone a un destino evitabile.

Disuguaglianze sanitarie: numeri che pesano

Il quadro presentato dalla Comunità di Sant’Egidio parla da sé: 5,7 milioni di italiani vivono in povertà assoluta, tra cui 1,3 milioni di minori. Nel 2024, 5,8 milioni di cittadini hanno rinunciato a visite o interventi per costi troppo alti o liste d’attesa interminabili. Le difficoltà abitative aggravano ulteriormente la vulnerabilità: famiglie sfrattate, canoni insostenibili che assorbono il 40% del reddito e oltre 100.000 alloggi popolari inutilizzati nonostante fondi già disponibili. Un paradosso che alimenta isolamento, peggioramento delle condizioni di salute e un accesso sempre più selettivo ai servizi essenziali.

Le malattie dei poveri: diagnosi tardive e terapie che non arrivano

Tra persone senza dimora, migranti, detenuti, cittadini con dipendenze o in grave marginalità, infezioni come HIV, epatiti virali e tubercolosi, insieme alle patologie cardiovascolari, emergono spesso in fase avanzata. “Disponiamo di terapie capaci di guarire o controllare queste malattie – ha ricordato il Prof. Massimo Andreoni – ma il problema è raggiungere chi è invisibile ai servizi”. Senza test rapidi, screening gratuiti e percorsi territoriali, gli strumenti della ricerca non arrivano a chi ne avrebbe più bisogno.

La prevenzione che va incontro alle persone

Le esperienze presentate al convegno mostrano che un altro modello è possibile. Le “Domeniche del Cuore”, con cardiologi, infettivologi e volontari, portano la medicina nei luoghi della marginalità, individuando casi gravi mai diagnosticati. Analogamente, gli ambulatori solidali, le unità mobili e gli hub territoriali – come l’Hub Salute a Trastevere o le Case dell’Amicizia – dimostrano che prossimità e continuità sono chiavi decisive. Per il futuro, i clinici chiedono di trasformare queste buone pratiche in politiche strutturali: ampliare gli screening per HIV, epatiti e TBC, rafforzare il ruolo dei medici di famiglia, creare sinergie tra SSN, volontariato e privato sociale.

La dignità della cura come diritto universale

Il Manifesto “Dignitas Curae”, richiamato durante i lavori, invita a rimettere la persona al centro, soprattutto nei contesti di fragilità. La cura diventa relazione, accoglienza, accompagnamento: non solo trattamento clinico. È un appello a una medicina più empatica, capace di abbattere barriere culturali, stigma e sfiducia verso i servizi, restituendo dignità a chi vive ai margini.

Solidarietà che cresce: la risposta della società civile

Accanto alle criticità, emergono segnali di speranza. In un anno, Sant’Egidio ha distribuito 250.000 pacchi alimentari, 120.000 pasti nelle mense e oltre 200.000 pasti nelle cene itineranti. I progetti di co-housing, le reti di assistenza sanitaria gratuita e il sostegno economico ai “nuovi poveri” mostrano che comunità, volontariato e istituzioni possono costruire percorsi di riscatto. L’appello finale della Comunità al Comune di Roma chiede di mantenere aperte anche dopo il Giubileo le tensostrutture per chi non ha casa, per non tornare all’indifferenza

 

di Giulia Ippolito

 

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